Itinerari

La Vena del Gesso, come più volte ricordato, è tagliata perpendicolarmente da tre vallate fluviali principali (Santerno, Senio, Sintria), più una quarta che la lambisce ad oriente (Lamone).
I quattro cordoni gessosi delimitati dai corsi d’acqua sono interessati da altrettanti sentieri ad anello, da percorrere a piedi.
Un quinto percorso collega tutto il sistema pedonale, da una parte all’altra del parco della Vena del Gesso Romagnola.
Questo sistema di percorsi escursionistici è gestito direttamente dal Club Alpino Italiano, in collaborazione con l’Ente Parco.

Il Parco della Vena del Gesso Romagnola è interessato anche da un itinerario ciclabile ed equestre, la Corolla delle Ginestre, che si snoda anche altrove nell’Appennino Faentino, per complessivi circa 60 chilometri, attraversando la Vena da Ca’ Budrio, a cavallo tra le due province di Bologna e Ravenna, fino a Brisighella e percorrendo, per il restante tratto, le colline e le montagne più a monte, fino al confine con la Toscana.
La Corolla delle Ginestre può essere anche percorsa a piedi, facendo tappa presso le otto strutture ricettive che hanno aderito all’iniziativa (vedi box).

Infine, vi è un’ippovia che lambisce il Parco della Vena del Gesso Romagnola, collegandolo al Parco del Delta del Po. Si tratta del tracciato “A Cavallo delle Romagne”, che segue il fiume Lamone da Marina Romea (Ravenna), fino a Bagnacavallo, Russi, Faenza, Brisighella (ove è possibile collegarsi alla “Corolla delle Ginestre”) e Marradi.

Itinerari

L’anello del Carné

L’itinerario parte dal centro visita di Ca’ Carné, che si raggiunge dalla strada n. 23 del Monticino, provinciale che sale dal centro di Brisighella passando tra i tre colli che dominano il celebre borgo medioevale ed aggirando la Rocca Veneziana e la Chiesa del Monticino. Oltrepassato il Museo Geologico del Monticino, si prosegue in direzione Riolo Terme, svoltando a sinistra in via Rontana, in località Case Varnello, e seguendo le indicazioni per il Carné.
Lasciata l’automobile nel parcheggio basso del centro visita si prosegue a piedi camminando sui cosiddetti “Gessi di Rontana”, lasciandosi sulla sinistra la cima del monte omonimo (484 metri).
Verso nord la vista spazia sui selvaggi calanchi del Faentino, che si estendono fino alla pianura, visibile in lontananza; nei giorni più limpidi è possibile vedere il mare Adriatico e, in inverno, anche le Prealpi e le Alpi coperte di neve.
Improvvisamente, la luce abbagliante del sole scompare, entrando nel bosco che ricopre le pendici gessose del monte Rontana e percorrendo la carraia fiancheggiata, sulla sinistra, da interessanti formazioni gessose. L’area del Carné presenta una struttura geologica complessa, con accavallamenti tettonici e faglie; il tutto, è arricchito da rilevanti fenomeni carsici sotterranei e superficiali, con un bel sistema di doline che si susseguono lungo il percorso di accesso al centro e di interessanti erosioni “a candela”, proprio accanto alla carraia.
Si sale, così, fino a Ca’ Carné, ove hanno sede il centro visita ed il rifugio con punto di ristoro e possibilità di pernottamento.
Prima di proseguire l’escursione merita una visita il piccolo, ma interessante museo naturalistico dedicato alla fauna del Parco della Vena del Gesso Romagnola. È collegato al Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza e presenta esemplari appartenenti a quasi tutte le specie di mammiferi e uccelli della zona, con alcuni reperti di grande interesse, tra cui un esemplare di lupo ed uno di gufo reale.
Il Carné è anche “Vetrina delle Fonti Rinnovabili”, poiché dotato di tutti gli accorgimenti tecnologici per il risparmio delle risorse energetiche e naturali. L’elettricità è fornita da un piccolo impianto eolico e da alcuni pannelli fotovoltaici; il riscaldamento e l’acqua calda sono ottenute grazie ad una caldaia alimentata con la legna ottenuta dalla gestione del bosco; l’acqua per gli usi non potabili dei servizi igienici proviene da una cisterna di accumulo delle acque di pioggia.
Dal Carné si risale lungo il sentiero che solca l’omonima dolina, imboccando il percorso 505 del CAI, lasciandosi a sinistra alcuni rimboschimenti di pino nero che ammantano la vetta del Monte di Rontana. È anche possibile raggiungere la cima del monte, inoltrandosi lungo la carraia che attraversa i rimboschimenti e raggiungendo in breve la vetta, ove sorge una grande croce in cemento, edificata per la prima volta nel 1901, ricostruita nel 1961 e recentemente restaurata. Alla base della croce e tutto attorno si trovano i resti del castello di Rontana, di cui è ancora possibile, in parte, intuire la pianta anche grazie a recenti campagne di scavi archeologici.
Risalendo per la dolina, invece, si raggiunge il crinale opposto presso Ca’ Angognano, vicino all’impianto eolico che fornisce energia al centro visita.
Qui si prosegue lungo l’itinerario CAI 505, su asfalto, fino alla seconda carraia che si incontra sulla destra, che si imbocca per aggirare la vetta di Monte Spugi, di 439 metri, tra belle macchie di ginestre, fino a raggiungere l’oratorio di Vespignano.
L’area attraversata non è più caratterizzata dall’emergenza gessosa; si è ora nella zona della Marnoso-arenacea, con frequenti emergenze di “calcari a Lucina”.
La vegetazione naturale lascia posto a ordinati coltivi, in particolare vigneti e frutteti, separati da siepi e boschetti.
Oltrepassato l’oratorio sulla sinistra, si imbocca un nuovo percorso del CAI, il 511, che deve poi essere seguito fino al ritorno al Carné. Si procede così lungo la carraia che raggiunge la zona di Castelnuovo, dove si ritorna a camminare sulla Vena del Gesso. Le pendici accidentate dell’affioramento, impossibili da coltivare, ben presto si ricoprono di boschi, dominati dal carpino nero, con roverella e orniello. In alcuni casi le macchie sono particolarmente fitte ed impenetrabili, come nel boschetto che, più in basso, ammanta la risorgente del Rio Cavinale, una delle zone A di tutela integrale del parco.
La carraia si innesta su una strada asfaltata, da prendere in discesa per circa 450 metri, fino a svoltare a destra, sempre seguendo il percorso 511, in un sentiero che si inerpica nel bosco, particolarmente fresco in questo versante esposto a nord-ovest.
Si sale nel bosco fino a raggiungere la cresta dei Gessi di Castelnuovo, da cui si domina la conca semichiusa di Ca’ Piantè. Parte di questa forma pseudo-carsica è stata in passato coltivata, mentre la porzione a ridosso dell’inghiottitoio è occupata da un’interessante depressione umida di origine artificiale, con vegetazione palustre, in cui si accumulano temporaneamente le acque di pioggia che scendono dal rio omonimo e le acque che sgorgano dalla risorgente del Carné.
La rupe su cui corre il percorso non è molto alta, ma è ben esposta a sud e presenta la caratteristica vegetazione a gariga, con belle macchie di ginepro, terebinto e alaterno.
In questo tratto, con un po’ di fortuna, è possibile trovare le “penne” dell’istrice, i lunghi ciuffi di peli saldati insieme e trasformati in aculei.
Abbandonata la cresta gessosa, ci si addentra nuovamente nel bosco di carpino nero, risalendo poi verso il crinale, fino a 323 metri di quota, per poi ridiscendere leggermente nei pressi della carraia che porta al parcheggio di partenza, oppure nuovamente al Carné, per una meritata merenda.
Questo facile itinerario ha una lunghezza di circa 5 chilometri e può essere percorso, con andatura media, in circa 3 ore.

Foto Sito/ingresso centro visite carne_m  costa.jpg

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L’anello di Monte Mauro

L’itinerario parte dalla strada sterrata che sale alla vetta di Monte Mauro (515 metri), la cima più elevata della Vena del Gesso.
La stradina si imbocca svoltando a destra, in direzione Castelbolognese-Zattaglia, dalla strada provinciale n. 78 del Torrente Sintria e seguendo le indicazioni per Monte Mauro. Lasciata l’automobile nella piazzola a bordo strada prima dell’ultima salita che porta alla pieve di Santa Maria in Tiberiaci, si prosegue a piedi lungo il percorso CAI 511, che segue per un tratto la stessa carraia.
Si aggira un vasto sistema di rupi e di doline, un tempo coltivate, ma ora fittamente ricoperte da vegetazione arbustiva e arborea, per raggiungere in pochi minuti la chiesa, le cui prime attestazioni risalgono al X secolo d.C. e recentemente ricostruita.
Oltrepassando il sagrato dell’edificio di culto, ci si immette a sinistra sul sentiero che, direttamente sul gesso, percorre la spettacolare cresta di Monte Mauro, a mezza costa. Da qui si ammira un panorama mozzafiato sulla sottostante vallata del Torrente Sintria e, in lontananza, su tutta la pianura romagnola, fino al mare nelle giornate più limpide.
Con i suoi 515 metri sul livello del mare la cima di Monte Mauro è la più elevata della Vena del Gesso romagnola; si può raggiungere con una breve, ma ripida salita, fino ai ruderi medievali del castello.
Il percorso ad anello, invece, aggira la vetta del monte, attraversandone tutto il versante meridionale, ove è possibile ammirare gli esempi migliori della vegetazione rupicola dominata da borraccine e da una caratteristica variante della gariga a elicriso di tipo mediterraneo, con timi, artemisie, eliantemi, garofanini e belle macchie di leccio, terebinto, alaterno, fillirea ed altri arbusti più comuni.
Qui vegeta la rarissima e preziosa felcetta persiana, vero emblema botanico della Vena del Gesso romagnola, che ha qui l’unica stazione italiana e che deve essere osservata, ma assolutamente non raccolta! Tutta la rupe è tutelata come zona A di riserva integrale del parco e la natura è rigorosamente protetta.
Il sentiero piega poi a sinistra e si addentra nel folto del bosco, dominato dapprima dalla roverella, poi dal carpino nero, scendendo rapidamente lungo la pista forestale fino ad incrociare una carraia, che si prende voltando a sinistra (segnavia CAI 513) verso Co’ di Sasso, un edificio rurale proprio sotto lo strapiombo della rupe di Monte Incisa.
Circa 150 metri dopo la casa si abbandona la carraia, per seguire una pista sulla sinistra, che domina la bella vallecola calanchiva del Rio Co’ di Sasso.
Passeggiando tra seminativi bordati di siepi e aridi calanchi, aggirando la testata della valle del Rio Ferrato, affluente del Torrente Senio, si oltrepassa un’altra casa colonica e, dopo circa 500 metri, si giunge ad un bivio ove si tiene la sinistra, per risalire nuovamente verso la Vena del Gesso.
In corrispondenza del primo tornante si incontra una carraia, sulla sinistra, da imboccare in salita, fino al tornante successivo.
Qui si prende a destra per un’altra pista che porta fino a Ca’ Castellina, dove si continua a salire, sempre mantenendo la destra, fino alla sella di Ca’ Faggia.
Sotto la sella, in direzione nord-est, si estende la forra del Rio Basino, incassata in una splendida e selvaggia gola, con tratti semisotterranei nel cui fondo non batte mai il sole; la forra del Rio Basino è tutelata come zona di riserva integrale del parco e può essere osservata soltanto da questo sentiero. Si tratta di una delle aree più intatte del parco, in cui il bosco presenta aspetti particolari, legati al microclima fresco e umido, che permette la presenza di carpino bianco, nocciolo, del rarissimo borsolo e di specie erbacee di ambienti montani come lingua cervina, scilla silvestre, acetosella dei boschi, mercorella canina, bucaneve. In questa zona è possibile osservare il pecchiaiolo, rapace migratore che con qualche coppia nidifica nelle aree più tranquille.
In corrispondenza della casa ci si immette su una carraia, che, tra boschi e aperture sui coltivi e sui calanchi sottostanti, porta fino al pittoresco borgo dei Crivellari.
Le originali case del borgo sono costruite in gesso e selce locale e risalgono al XIII secolo; il nome deriva forse dal latino cribellarius (cribrum = vaglio, crivello, setaccio), poi traslato nel romagnolo karvèl (= crivello), a testimoniare il lavoro di cavatori cui erano dediti gli abitanti.
Il borgo dei Crivellari costituisce l’interessantissimo esempio di paese costruito “sul gesso e con il gesso”, ma è, purtroppo, in stato di diffuso abbandono.
Si sale, ritornando al sentiero CAI 511, un sentiero in mezzo al borgo antico, in parte a gradini scavati nel gesso, aggirando la piazzetta del paese, ormai sepolta dai rovi, ed uscendo tra piccoli appezzamenti coltivati bordati da siepi, che rappresentano i vecchi orti degli abitanti del piccolo paese.
Si sale lungo un crinale di gesso, tra macchie di roverelle e pratelli aridi in cui, tra aprile e maggio, è possibile osservare splendide fioriture di orchidee selvatiche.
Si raggiunge, così, la cresta principale della Vena del Gesso, sulla cima del Monte della Volpe (495 metri), dove i boschi del versante nord incontrano i lecci e le lantane delle rupi esposte a meridione.
Si prende a sinistra, facendo attenzione al sentiero qui a tratti difficoltoso, tra macchie di terebinto e alaterno, ammirando le evoluzioni del gheppio e, nei prati tra i massi di gesso rotolati a valle, i gruppetti di caprioli al pascolo.
Dalle ripide rupi affacciate sull’Appennino Tosco-romagnolo il panorama spazia a sud sulle due vallate del Sintria e del Senio, decorate come una tavolozza da vigneti, frutteti e pascoli separati da macchie e siepi.
Dopo circa 800 metri, si giunge alla sella di Ca’ Faggia, sotto la cui rupe si estende a sud-ovest la valle cieca del Rio Stella, corso d’acqua che scompare in un inghiottitoio proprio sotto il contrafforte gessoso e che attraversa la Vena del Gesso trasversalmente, scorrendo sottoterra per circa un migliaio di metri, fino a sgorgare nuovamente con il nome di Rio Basino, presso l’omonima risorgente. Il Rio Basino, poi, si riversa, dopo circa 3 chilometri nel Torrente Senio.
Proseguendo con grande attenzione sul crinale che domina la rupe, spostandosi a tratti nel bosco sottostante, si raggiunge, infine, la carraia da cui si era partiti.
Questo itinerario, che è il più completo e affascinante e permette di scoprire tutti gli aspetti salienti del Parco della Vena del Gesso Romagnola, ha una lunghezza di circa 11 chilometri e una durata di circa 6 ore, senza contare la sosta per il pranzo al sacco, da consumere in una delle tante radure che si incontrano lungo il tragitto; il tratto che percorre il crinale gessoso, tra Monte della Volpe e Monte Mauro, richiede una certa attenzione, soprattutto in caso di pioggia.
Questo percorso si può anche imboccare da Borgo Rivola, dal parcheggio attrezzato dal parco come punto di partenza sia dell’anello della Riva di San Biagio, sia dell’anello di Monte Mauro, attraversando la provinciale di fondovalle e scendendo fino ad un sentiero, ben indicato, che cala nella golena del torrente Senio, attraversandolo su un piccolo ponte pedonale. Giunti sulla riva opposta del torrente, si sale verso i Crivellari lungo una stradina asfaltata che sale nella boscaglia di roverella, carpino nero e orniello.

Foto Sito/colori autunnali a monte mauro_m costa.jpg

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L’anello della Riva di San Biagio

L’itinerario parte dalla piazza di Tossignano, antico borgo costruito sul gesso, in posizione dominante la Vena e la vallata del Santerno.
L’origine del paese rupicolo è probabilmente risalente al IX secolo d.C., ma alcune ipotesi la collocano in epoche successive (XI secolo d.C.).
A Tossignano ha sede il centro visita “I Gessi e il Fiume”, presso il Palazzo Baronale (XVI secolo). Il centro offre servizi di informazioni, ospita quattro sale-mostra tematiche (la valle del Santerno; il gesso; il gesso e l’uomo; gli ambienti della Vena del Gesso), un laboratorio didattico, il museo della Cultura Materiale “V. Mita” (con oggetti e strumenti della civiltà contadina) ed un piccolo giardino di piante officinali nell’area cortiliva, che si immette direttamente al percorso ad anello.
Da qui, quindi, si prosegue, seguendo il segnavia CAI 705, fino alla chiesa di San Mamante e ai ruderi della rocca medievale di Tossignano, da cui si ammira uno straordinario panorama sulla Vena del Gesso che si estende verso la vallata del Senio, con l’imponente falesia nota come Riva di San Biagio, tutelata come zona A di riserva integrale del parco.
Si aggira il colle su cui sorge il paese, attraverso un sentiero che scende fino alla spettacolare gola di Tramosasso, in cui scorre il Rio Sgarba, affluente di destra del Fiume Santerno.
Si cammina tra prati naturali, macchie di ginepro e ginestra, macereti di grandi massi di gesso staccatisi dalla Vena del Gesso e rotolati a valle, sotto l’imponente Riva di San Biagio, la più monumentale rupe del parco, tutelata come area di riserva integrale.
Essa si estende dalla valle del Fiume Santerno a quella del Torrente Senio, per una lunghezza di circa 5 chilometri e con un’altezza delle rupi subverticali di circa 150 metri.
Dopo i ruderi della Ca’ Nova, si comincia a salire, tra la vegetazione di roverella e orniello, fino alla vetta della rupe, in corrispondenza del passo della Prè (384 metri).
Da qui si prende il crinale, da seguire per lungo tratto, facendo attenzione in caso di pioggia, ammirando lo splendido panorama sulle alte valli del Santerno e del Senio e i pascoli che si estendono sotto la grandiosa rupe, da cui in primavera riecheggia il canto melodioso della tottavilla.
Il sentiero è bordato da macchie leccio a portamento arbustivo, alaterno, fillirea e agazzino; frequenti le tracce di escavazione lasciate dall’istrice di cui è possibile anche rinvenire i lunghi aculei. Con un po’ di fortuna può anche capitare di trovare qualche grossa borra (rigurgito di peli e ossa) lasciata dal gufo reale, maestoso rapace notturno che frequenta questi paraggi.
Si sale, così, fino al Monte del Casino, che con i suoi 474 metri è una delle cime più elevate della Vena del Gesso, da cui si scende poi alla sella di Ca’ Budrio. Qui, appena fuori dalla corte della casa colonica, si trova un piccolissimo stagno, nelle cui acque limpidissime è possibile ammirare, in primavera, il corteggiamento del tritone crestato.
Si aggira la casa a sud, costeggiando una dolina il cui prato è un ottimo sito per l’osservazione di varie specie di orchidee, con Cephalanthera damasonium, Epipactis helleborine, Listera ovata, Neottia nidus-avis, Orchis mascula, Orchis purpurea e Orchis tridentata.
Si aggira la dolina, attraversandone il prato nella parte bassa, e si segue ancora il sentiero 705 che, tra alcuni massi di gesso, ricomincia a salire sulla rupe.
Si procede costeggiando a sinistra un bel castagneto, ricco di fioriture di denti di cane, anemoni, scilla e a destra la tipica, profumatissima, gariga dei versanti gessosi esposti a meridione, con assenzio maschio, timo striato, elicriso, caglio mediterraneo.
Questi vecchi castagneti, con alberi dai tronchi ricchi di cavità, sono il territorio degli uccelli che nidificano nelle cavità, come cinciallegra, cinciarella, cincia bigia, picchio muratore, rampichino, codirosso.
Si giunge in vista della chiesa di Sasso Letroso del XV secolo, dove si imbocca una carraia che ritorna verso ovest, costeggiando alcuni frutteti e la parte bassa del castagneto, qui alternato a boschetti di carpino nero.
Si oltrepassa prima Ca’ Oliveto, poi Ca’ Siepe, caratteristico edificio costruito con blocchi di gesso.
Qui, a tratti, il panorama spazia, verso nord, sui selvaggi ed estesi anfiteatri calanchivi del Rio Gambellaro, affluente del Fiume Santerno. Anche il Rio Gambellaro, come il Basino, è un corso d’acqua di risorgente, che riaffiora, dopo un lungo percorso sotterraneo, tra il Monte del Casino e la sella di Ca’ Budrio.
Al bivio nei pressi di Ca’ Siepe si segue la strada a sinistra, che sale nuovamente, prima tra coltivi, poi nel bosco, fino a Ca’ Budrio. Questa volta, però, giunti alla casa che domina la Riva di San Biagio, si prende la carraia bassa, in mezzo al bosco (a tratti sostituito da vecchi castagneti), che porta fino ai resti di Villa Banzole.
Qui si scende fino ad una piccola raccolta d’acqua, dove si imbocca la strada comunale che prosegue fino al rudere del Casone Nuovo e scende nella stretta gola di Tramosasso, ove si procede fino ad incontrare nuovamente il Rio Sgarba. Si costeggia il piccolo corso d’acqua, nella sua discesa al Fiume Santerno.
Prima di giungere al fiume si sale a sinistra, in un sentiero tra i frutteti (in particolare albicocchi), che arriva al cimitero di Borgo Tossignano, da cui una serie di sentieri, tagliando i tornanti della strada asfaltata, permette di risalire a Tossignano.
Il percorso, a cavallo tra le province di Bologna e Ravenna, ha una lunghezza di circa 11 chilometri e una durata di circa 5 ore, senza contare la sosta per il pranzo al sacco, da consumare nei bei prati sotto i castagneti.
Questo percorso si può anche imboccare da Borgo Rivola, dal parcheggio attrezzato dal parco come punto di partenza sia dell’anello della Riva di San Biagio, sia dell’anello di Monte Mauro. Si sale aggirando l’abitato e raggiungendo in breve la via Sasso Letroso, che sale fino ai pressi dell’omonima chiesa, dove ci si collega all’anello.

Foto Sito/la riva di san biagio presso tossignano_m costa.jpg

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L’anello di Monte Penzola

Questo itinerario, di notevole interesse geologico, è il migliore per la scoperta degli spettacolari anfiteatri calanchivi a nord della Vena del Gesso, qui erosi dal piccolo bacino idrografico del Rio Mescola, completamente circumnavigato dal percorso, e talvolta sormontati dai caratteristici cappellacci sabbiosi.
L’itinerario parte da poco prima del ponte della strada provinciale Montanara sul Fiume Santerno, nei pressi del grosso masso di gesso, detto Sasdello, precipitato proprio in mezzo al corso d’acqua. Il parcheggio più comodo si trova in piazza Unità d’Italia oppure, dopo aver oltrepassato il duomo di Borgo Tossignano, svoltando a destra in via Rineggio, in corrispondenza del “parco archeominerario” La Gessi, area attrezzata con macchinari da cava dismessi e cartellonistica dedicata all’attività estrattiva.
Si sale, seguendo il segnavia CAI 703, lungo il sentiero argilloso che aggira a nord la Vena del Gesso, aggirando una casa colonica e fiancheggiando coltivi di albicocco e prati da sfalcio.
La Vena del Gesso romagnola, in questo estremo lembo occidentale, appare meno continua e più bassa, se si eccettua la cima del Monte Penzola (409 metri), prima meta del percorso.
La salita finale alla cima di Monte Penzola, che parte da Debolezza, è piuttosto ripida e occorre prestare attenzione, soprattutto in caso di pioggia.
Dalla cima del Monte Penzola si ammira tutta la vallata del Fiume Santerno, il centro di Borgo Tossignano e il paese di Tossignano, arroccato sulla vetta del versante opposto della Vena del Gesso. In basso, tra i massi di gesso franati a valle e gli arbusteti di ginestre e rose canine, si aprono prati ove, all’alba e al tramonto, è possibile scorgere caprioli al pascolo e cinghiali intenti a grufolare nel terreno.
Si prosegue oltrepassando Ca’ Budriolo e si sale, girando verso destra, tra macchie di ginestre odorose, fino alle creste argillose da cui inizia la spettacolare passeggiata sulle creste dei calanchi della valle del Rio Mescola.
Si costeggia un campo arato, per poi salire, lungo lo stretto sentiero sulle argille, fino al Monte dell’Acqua Salata. Il nome è dovuto al fatto che a breve distanza dal sentiero si trova una sorgente di acque salso-bromo-iodiche. Sul versante meridionale del Monte dell’Acqua Salata sono ancora visibili le trincee scavate durante la Seconda Guerra Mondiale, in parte ricoperti dalla fitta vegetazione spontanea.
Si scende, lungo il crinale che divide il Rio Mescola dal Torrente Sellustra, fino ai ruderi di Carrè, dove il sentiero diviene rotabile per i mezzi pesanti che si recavano alla ex-cava di ghiaia di Monte del Verro. Lo spettacolo dei calanchi estesi verso la pianura, sul lato sinistro della valle del Fiume Santerno, diviene sempre più affascinante; le sommità calanchive sono sormontate dai cappellacci sabbiosi di colore giallastro, che contrastano con il grigio-azzurro delle argille plioceniche.
Dopo aver oltrepassato l’ex-cava si prende il primo sentiero sulla destra, che sale, girando nuovamente a destra, fino alla sorgente del Rio Mescola, poi fino alla vetta del Monte Maggiore, cima argillosa di 426 metri.
Questo tratto diventa estremamente scivoloso, in caso di pioggia, per la disgregazione delle argille ed è necessario prestare grande attenzione.
Si scende, poi, fino a Colline, mentre il sentiero sulla cresta dei calanchi si fa via via più stretto ed avvincente, fino ai cosiddetti Ponti di Croara, stretto passaggio tra i calanchi, che immette nella vallecola calanchiva del Rio Casale, tributario dello stesso Rio Mescola.
Da qui si raggiunge la chiesa di Croara, ricostruita dopo la completa distruzione del piccolo centro abitato, dapprima causata dalle frane delle cime di argilla, poi dai bombardamenti della guerra. Si imbocca la strada che costeggia la chiesa e, dopo breve tratto, si prende un sentiero sulla destra, per tornare sulle creste della valle del Rio Mescola.
Si giunge al monumentale pino dei Sabbioni, poi al rudere di Ca’ Frascari; qui si scende rapidamente, prendendo a destra, fino al fondovalle, nei pressi del ponte della strada Montanara sul Rio Mescola e, percorrendo un breve tratto di strada asfaltata, si ritorna al punto di partenza, da cui prende il via un altro tratto dell’anello, che permette la scoperta del tratto collinare del Fiume Santerno.
Il percorso transita lungo la riva sinistra del fiume, proseguendo verso monte, tra boschetti di pioppi neri e salici bianchi e ampi letti di ghiaia, con macchie di salici arbustivi.
Avvicinandosi al letto del fiume è possibile osservare, quando le acque sono sufficientemente limpide, gli sciami dei cavedani e delle lasche che guizzano nella tranquilla corrente.
Giunti in corrispondenza di un ampio bacino golenale si percorre il sentiero che lo separa dal Fiume Santerno, giungendo alla “Casa del Fiume”, centro didattico dedicato all’ecosistema fluviale, posto vicino al fiume ed ai laghetti e circondato da estesi prati e siepi.
Si prosegue, poi, su via Rineggio, mediante la quale si ritorna, fiancheggiando nuovamente il bacino sul lato opposto, al fiume Santerno e ad un ponte Bailey su cui è possibile attraversare il fiume, per raggiungere la S.P. Montanara proseguendo verso valle lungo la riva destra del corso d’acqua, fino al punto di partenza.
La lunghezza dell’itinerario completo è di circa 17 chilometri metri e la percorrenza è di circa 6 ore e mezza, escludendo la sosta per il pranzo al sacco.

Foto Sito/calanchi pliopleistocenici tra la val lamone e la val sintria_m costa.jpg

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La Grande Traversata del Parco della Vena del Gesso

I quattro percorsi ad anello sono tutti collegati tra loro in un unico tracciato che collega la vallate del Santerno, del Senio, del Sintria e del Lamone e che permette di compiere un’indimenticabile escursione di due giorni, pernottando a Brisighella o a Tossignano. Partendo da uno dei due paesi è, così, possibile raggiungere l’estremità opposta della Vena del Gesso romagnola, attraversando tutto il parco.
Scegliendo come punto di partenza Tossignano, dal centro visita “I Gessi e il Fiume” si prende il sentiero CAI 705, parte dell’anello della Riva di San Biagio, che percorre il tracciato sulle rupi della Vena del Gesso, fino a raggiungere la chiesa di Sasso Letroso, da cui si scende a Borgo Rivola.
Nel parcheggio lungo la fondovalle del Senio si trova il pannello con la cartina del percorso 511 (vedi capitolo successivo), si prosegue percorrendo la parte alta dell’anello di Monte Mauro, attraversando la valle del Torrente Sintria e risalendo nuovamente per percorrere la parte dell’anello del Carné che attraversa i Gessi di Castelnuovo.
Giunti al parcheggio del centro visita e del rifugio di Ca’ Carné si scende verso la vallata del Fiume Lamone, percorrendo i Gessi di Rontana e i Gessi di Brisighella. Il sentiero passa sopra i resti della vecchia cava Marana e scende attraverso il Museo Geologico del Monticino, fino a raggiungere la chiesa della Madonna del Monticino (XVIII secolo) e alla Rocca Manfrediana e Veneziana (XIV-XVI secolo). Passando alla base delle mura del castello si scende lungo la scalinata di via della Rocca e ci si addentra nel suggestivo borgo medievale di Brisighella.
Per la sera si consiglia una visita a Brisighella, per percorrere la suggestiva via degli Asini, strada sopraelevata con archi illuminati che si aprono sul borgo sottostante, e salire attraverso un breve e piacevole viottolo scavato nel gesso fino alla Torre dell’Orologio, bastione ricostruito nel 1850 su fondazioni del 1290, in cima a uno dei tre colli che dominano la cittadina.
Per il ritorno verso Borgo Tossignano è possibile seguire gli altri tracciati degli anelli del Carné (attraversando il centro visita e aggirando Monte Spugi), di Monte Mauro (percorrendo il sentiero CAI 513) e della Riva di San Biagio (seguendo le carraie della parte bassa, a nord della Vena del Gesso).
Naturalmente, il percorso può essere compiuto anche in senso inverso, da Brisighella a Tossignano, dov’è altrettanto facile pernottare presso l’Ostello di Tossignano, posto a poche decine di metri dal centro visita “I Gessi e il Fiume”. La struttura ricettiva ha sede nel palazzo Pretoriale di Tossignano ed è dotata di 4 camere con riscaldamento e accessibili a persone diversamente abili, con servizi igienici al piano ed una sala comune dotata di angolo cucina e frigorifero. L’Ostello è aperto tutto l’anno, ma solo su prenotazione.
Sia l’andata che il ritorno di questa avvincente attraversata misurano circa una ventina di chilometri ciascuna e possono essere percorse in circa 9 ore di cammino.
La parte del percorso che segue le rupi di gesso, fa parte dell’Alta Via dei Parchi, che si collega al Parco nazionale delle Foreste Casentinesi e al Parco Regionale dei Laghi di Suviana e Brasimone.

Foto Sito/la riva di san biagio presso borgo rivola_m costa.jpg

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Il sentiero CAI 511 “Luigi Rava”

Per chi volesse raggiungere il Parco della Vena del Gesso Romagnola in treno, proseguendo a piedi lungo i sentieri dell’area protetta, il punto di partenza migliore è certamente la stazione ferroviaria di Brisighella, sulla pittoresca linea Faenza-Firenze.
Dalla stazione, infatti, parte il sentiero CAI 511, intitolato a Luigi Rava, faentino per anni attivo ai vertici locali e nazionali del CAI; nel piazzale della stazione si trova la bacheca con la mappa del sentiero.
Si attraversa il parco pubblico di Brisighella e si comincia a salire lungo le stradine dell’incantevole borgo medioevale, seguendo via Ugonia verso destra, poi via Baccarini, piazza Carducci, la piazzetta del Monte, via delle Volte, via Porta Bonfante e, infine, la tortuosa scalinata di via della Rocca. Oltrepassata la base delle mura della Rocca, si prosegue per il santuario della Madonna del Monticino e si raggiunge il centro visita Ca’ Carné attraversando il Museo Geologico del Monticino e i Gessi di Brisighella e di Rontana.
Dal centro visita il percorso è lo stesso dell’anello del Carné, nella sua parte lungo i gessi di Castelnuovo, fino alla chiesa di Vespignano.
Oltrepassata la chiesa, si scende verso il Torrente Sintria, tra coltivi e siepi alberate. Dopo aver attraversato il piccolo, ma piuttosto ben conservato corso d’acqua e la strada di fondovalle per Zattaglia, si risale, sempre tra frutteti, vigne e pascoli, la pendice orientale di Monte Mauro, sul lato verso Monte Incisa.
Ben presto ci si ricongiunge con il percorso dell’anello di Monte Mauro, che si segue nella parte alta, sulla cima delle rupi di gesso, fino al Monte della Volpe, da cui si scende verso il borgo dei Crivellari.
Appena fuori dal borgo si scende sulla strada asfaltata verso sinistra, fino ad imboccare un sentiero che porta al ponticello pedonale sul Torrente Senio. Dopo aver attraversato il Senio si risale sulla sponda opposta, fino a raggiungere Borgo Rivola, dove ci si immette sulla strada provinciale di fondovalle, che, a sinistra, porta in breve al punto di arrivo, il parcheggio lungo la fondovalle del Senio in cui si trova un’altra bacheca con la mappa del percorso 511, che rappresenta il punto di partenza per chi volesse attraversare la Vena del Gesso nella direzione opposta.
La percorrenza è di circa 6,30 ore.

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Il sentiero CAI 505: da Faenza alla Vena del Gesso (e oltre)

Un’alternativa al sentiero CAI 511, possibile sempre utilizzando il treno, è costituita dal 505 che parte da Faenza e, attraversando la Vena del Gesso, raggiunge in un paio di giorni di cammino il crinale dell’Appennino Tosco-romagnolo presso la Colla di Casaglia (913 metri) in provincia di Firenze.
Il punto d’inizio del sentiero è situato in località Bocche dei Canali, posta un paio di chilometri fuori Faenza all’incrocio tra le 2 principali strade che da Faenza conducono a Brisighella, cioè via Firenze e via Canal Grande.
Passando sotto un piccolo sottopasso ferroviario si prende la strada asfaltata che conduce alla chiesa di Castel Raniero e, sempre su strada asfaltata, si prosegue dritto fino a Ca’ Olmatello, dove si imbocca finalmente un piacevole sentiero dapprima in mezzo al bosco, poi in uno spazio aperto punteggiato da pini domestici monumentali, da cui si gode un fantastico panorama sui calanchi della primissima collina faentina.
Terminato il sentiero ci si immette su una strada bianca in prossimità della Tenuta La Berta; tra calanchi ed estesi vigneti di Sangiovese, si prosegue fino ad incrociare via Pideura, che si prende girando a sinistra fino ad arrivare ad una cresta calanchiva, affacciata sulla vallecola del Rio Samba.
Qui la strada piega nettamente verso oriente e, in prossimità di Ca’ Poggio, si abbandona per seguire un sentiero piuttosto stretto che si inerpica sulle creste dei calanchi, salendo e scendendo tra macchie di ginestre odorose e prati aridi, fino ad un’altra casa colonica, Ca’ Traversara, da cui parte una carraia ghiaiata. Seguendola, dopo un po’ si oltrepassa la seminascosta chiesa di Montecchio (sulla destra) e dopo un saliscendi si raggiunge il passo di Cannazeto, incrociando la strada via Rio Chiè che porta da Brisighella a Villa Vezzano. Si sale decisamente verso Monte San Rinaldo (247 metri), una vetta calanchiva ammantata di macchie di rose canine, ginestre, prugnoli e tamerici; da qui il sentiero ridiscende nuovamente e costeggia campi e calanchi fino alla località Case Varnello, da cui ci si può immettere nell’anello del Carné. Escludendo le soste il tempo di percorrenza è di circa 5 ore.

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Il sentiero CAI “Luca Ghini”: da Casalfiumanese alla Vena del Gesso

Il sentiero Luca Ghini (segnavia CAI S.L.G.), grande botanico imolese, parte dal parco di villa Malusardi, di fronte al municipio di Casalfiumanese, nel cui parcheggio è possibile lasciare l’automobile.
Una comoda scalinata porta al Rio Casale, da seguire verso monte fino ad un ponticello pedonale che porta al parco di villa Masolini.
Dopo aver attraversato anche questo giardino, in abbandono come la stessa villa, si prende a destra per via Ceredola; poco avanti un sentiero sulla sinistra costeggia un oliveto e porta fino alla cresta dei calanchi affacciati sulla vallecola del Rio Canale.
Si sale fino ai ruderi della casa colonica Baladelli di Sopra, per poi scendere ai Baladelli di Sotto, ove si taglia un campo per raggiungere un altro rudere, Ca’ Frascari, dove ci si immette sull’anello di Monte Penzola.

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Un itinerario urbano sui Gessi di Brisighella
di Stefano Piastra

Una delle peculiarità che contraddistinguono area urbana di Brisighella va identificata nel fatto che il suo nucleo più antico, risalente al XIII-XIV secolo, sorge direttamente sugli affioramenti evaporitici del margine orientale della Vena del Gesso. Si tratta dunque del luogo ideale dove seguire un itinerario dedicato al secolare rapporto uomo-gessi. La passeggiata ad anello qui proposta non presenta difficoltà particolari, snodandosi tra scalinate e strade sterrate, e può essere effettuata comodamente in circa 1 ora, soste escluse.
L’escursione ha inizio da piazzetta Porta Gabalo, nei pressi di piazza Marconi, su cui si affaccia il municipio brisighellese: si sale una breve scalinata e, oltrepassata la cosiddetta “Porta delle Dame”, ci si ritrova in un dedalo di vicoli pedonali e di sottoportici. È già possibile notare come la maggior parte delle abitazioni di questa sezione dell’area urbana sfrutti blocchi di gesso come materiale da costruzione e come siano attestate alcune case rupestri, letteralmente “scavate” nella parete gessosa. Proseguendo, ci si immette nella cosiddetta “Via degli Asini”, nota presso i locali anche come “il Borgo”: si tratta di una soluzione urbanistica singolare, caratterizzata da una strada sopraelevata ricavata all’interno di un corpo di fabbrica, illuminata sulla sinistra da regolari aperture semicircolari rivolte a sud e dotata sulla destra degli ingressi alle abitazioni private. Il fondo stradale è sconnesso ed impiega materiali disomogenei, forse di recupero; il soffitto è sorretto da poderose travi lignee. La “Via degli Asini”, di origine medievale e forse ricavata sul tracciato delle originarie mura di Brisighella, deve verosimilmente il suo nome all’utilizzo da parte di birocciai e trasportatori di gesso, che anticamente passavano di qui diretti verso Faenza e la bassa valle del Lamone.
Una volta percorsa la “Via degli Asini”, si imbocca una scalinata in salita sulla destra. Salendo, si intravvedono sempre sulla destra alcuni annessi e cavità artificiali ricavati alla base del colle gessoso. Si giunge quindi ad una grande briglia in cemento: si tratta di un’opera di regolazione idraulica eseguita probabilmente tra 1939 e 1940, allo scopo di prevenire piene e fenomeni di dissesto legati al Rio della Valle, corso d’acqua parzialmente tombato che nel 1830 e nel 1939 aveva arrecato ingenti danni al centro storico brisighellese. Si prende un’ennesima scalinata in salita sulla destra, e nello spazio di dieci minuti circa si giunge sulla sommità del colle della Torre dell’Orologio. Quest’ultima è un edificio neogotico risalente al 1850, costruito sui ruderi di una fortificazione medievale attestata già nel Duecento, il castrum Gissi. L’interno della torre ad oggi non è agibile, ma sono in programma lavori per renderlo accessibile al pubblico in futuro. Affacciati da questa vetta, la vista spazia su gran parte della vallata del Lamone, permettendo di scorgere l’alta valle con la caratteristica sezione a “V” (chiaro segno della sua origine fluviale), alcuni edifici storici (Villa Spada e la Pieve del Thò), la sagoma di Monte Rontana e numerosi oliveti di recente impianto. Dal retro della Torre dell’Orologio si contempla invece la Rocca di Brisighella, un castello di origine medievale ma rimaneggiato nel Cinquecento. Le morfologie subverticali del versante orientale del colle su cui il fortilizio sorge non sono naturali, bensì frutto dell’attività estrattiva di una cava di gesso, chiusa nel 1928 per evitare il crollo della Rocca stessa. A questo punto si imbocca una strada sterrata ricavata a mezza costa nel pendio della valle cieca del Rio della Valle, nella Formazione Argille Azzurre, sino a giungere al parcheggio automobilistico retrostante la Rocca. Di qui è possibile accedere al fortilizio, sino ad alcuni anni fa adibito a Museo del Lavoro Contadino ed oggi dedicato alla storia di questo castello. Terminata la visita, meritano una sosta le due fornaci da gesso, attualmente in abbandono, poste alle spalle della Rocca. L’impianto di lavorazione minore (sulla sinistra scendendo) è più antico, risalendo alla metà del XIX secolo; quello di fronte, maggiormente distante dal castello, si data con precisione al 1926. Entrambe le fornaci appartenevano alla famiglia di gessaroli locali Malpezzi. Proseguendo si giunge sull’asfalto della Provinciale Monticino-Limisano, si volta a sinistra in discesa e si prende un agevole camminamento lastricato che parte dal parcheggio della Rocca riservato ai pullman. Sulla sinistra è visibile un sottoroccia annerito dal fumo: in esso va identificato un “fornello”, ossia una piccola fornace da gesso temporanea. Il sentiero imboccato conduce ad una scalinata; giunti ad un bivio si volta a sinistra in salita, per poi ridiscendere attraverso l’ennesima scalinata sino al centro storico di Brisighella. Una volta giunti nei pressi del centro, è possibile fare una breve deviazione in vicolo Saletti, alle spalle del teatro all’aperto di via Spada: di fronte al numero civico 5 è individuabile un portello metallico da cui proviene un rumore d’acqua. È qui ubicata la risorgente del sistema carsico della Tana della Volpe, i cui inghiottitoi sono posti sul fondo dell’omonima valle cieca situata tra i colli del Monticino e della Rocca. Le acque che in questo punto tornano a giorno (attualmente tombate) danno origine al Rio della Doccia, corso d’acqua in passato sfruttato dai brisighellesi per fini produttivi (lavorazione della seta), ma non per usi potabili a causa dell’alta percentuale di solfati disciolti.
Giunti successivamente in via Naldi, in poche centinaia di metri si ritorna al punto di partenza dell’escursione.

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Visita la Tanaccia!

Visitando la Tanaccia si entra nel Parco della Vena del Gesso nel vero senso della parola, esplorando la grotta con la visita speleologica guidata che è possibile prenotare presso il centro visita Ca’ Carné (per informazioni e prenotazioni 0546.80628 o 339.2407028).

La facile escursione speleologica dura poco più di un’ora e attraversa varie sale, scavate nel gesso dal limpido torrente sotterraneo, mostrando l’incanto delle originali forme carsiche come pendenti, colate stalattitiche e concrezioni mammellonari.

Prima di entrare nella grotta, la “vestizione” con l’equipaggiamento speleologico fornito dal Parco e la breve passeggiata in discesa fino alla misteriosa apertura della grande caverna e, poco oltre, all’ingresso del percorso sotterraneo, costituiscono parte integrante della magia di questa affascinante visita guidata.

Consulta il porgramma delle visite alla grotta